Buy Food Google Glass

A Rural Hub, ci interroghiamo da tempo sugli scenari offerti dal monitoraggio e dalla condivisione dei dati a supporto dei piccoli produttori indipendenti e delle comunità rurali. In questa direzione, promuoviamo l’introduzione di tecnologie abilitanti per le produzioni agricole e le pratiche comunitarie, ed elaboriamo progetti di applicazioni alternative alle dinamiche squilibrate del food system convenzionale.

Pubblichiamo dunque la traduzione del recente articolo apparso sul blog di Nesta, fondazione britannica per la promozione dell’innovazione, dal titolo Food and data – informed or overwhelmed?  quale ulteriore spunto di riflessione sui legami virtuosi tra produttori e consumatori in una nuova catena del valore che metta al centro il prodotto.


La natura della vita contemporanea è che i dati sono ovunque. I dati sul cibo non fanno eccezione.

Dai trattori dotati di GPS alle carte fedeltà, i dati sono utilizzati lungo tutta la catena di approvvigionamento alimentare. Poco è condiviso apertamente, e molto poco viene utilizzato dai consumatori quando fanno acquisti. Se questi dati fossero condivisi diversamente, il futuro del cibo potrebbe essere diverso?

Una delle cose che i dati possono fare bene, se adoperati giudiziosamente, è aiutarci a rilevare modelli e a ottimizzare risultati basati sulle correlazioni.

I dati sul nostro cibo vengono utilizzati in questo modo da agricoltori, aziende agricole, catene distributive e supermercati. Gli agricoltori possono utilizzare le previsioni del tempo, insieme ai dati sul rendimento e alle previsioni sulla domanda per decidere dove, quando e cosa piantare. I supermercati usano i dati di vendita per decidere dove collocare il cibo in negozio, su quali prodotti indire una promozione, o quali ulteriori azioni introdurre. È probabile che il tuo sito di shopping on-line o la tua carta fedeltà ti suggeriscano sconti e offerte su misura, sulla base dei dati sui prodotti acquistati in passato, anche da persone simili a te.

I Dati hanno accompagnato il cibo che mangiamo dai campi alla nostra tavola per secoli in modi diversi. In origine, accadeva sotto forma di dati per le autorità fiscali, fatture e polizze di carico. L’esigenza di tracciare l’origine dei prodotti alimentari, soprattutto nel caso di latte e latticini facilmente esposti alla contaminazione, implica in tempi moderni che sorvegliare la filiera sia diventato sempre più importante. L’etichettatura e la distribuzione di questi prodotti sono quindi strettamente regolati. Il che diventa un problema quando la catena include più fornitori, importazioni ed esportazioni, e molte fasi di lavorazione intermedia – come nel caso della produzione di cereali per la colazione, o prodotti a base di carne come gli hamburger. Quando le ispezioni irlandesi hanno trovato carne di cavallo nella catena produttiva, e allertato i rivenditori, ci sono voluti mesi per rintracciare tutte le rotte di distribuzione della filiera della carne. Anche oggi, un “passaporto” che viaggia con il grano grezzo dalla fattoria, per identificare quali trattamenti sono stati applicati, è un documento cartaceo che deve essere consegnato in ogni fase della catena di custodia.

In aggiunta ai dati ancora registrati su supporto cartaceo, c’è una gran quantità di dati alimentari che rimangono inaccessibili. Nella concorrenza spietata dei prodotti alimentari al dettaglio, in cui ogni centesimo di differenza sul prezzo sembra contare, e in cui i fornitori sono spinti a offrire i prezzi più bassi, rendere disponibili i dati sul proprio business sembra una cosa ridicola da fare.

Ma nascosti in questi forzieri ci sono tesori – da dove il nostro cibo proviene, quanto lontano ha viaggiato, chi lo ha prodotto. E ci sono risposte su noi stessi: quanto cibo compriamo, dove e quando, se una giornata di sole ci fa propendere per le fragole, o se un vento freddo implica un picco di cibo indiano da asporto. Un più facile accesso a questi dati potrebbe migliorare la nostra capacità di prevedere e ridurre l’enorme spreco alimentare prodotto nelle diverse fasi della catena.

Potrebbe anche cambiare l’economia della produzione alimentare. In luogo del massiccio consolidamento cui abbiamo assistito, negli ultimi decenni, in grandi fattorie, grandi distributori e dettaglianti, l’ottimizzazione dei dati, combinata con la capacità di aggregare commesse, percorsi di consegna e ordini direttamente dai piccoli fornitori potrebbe rendere nuovamente praticabile la piccola impresa.

Inoltre, mentre i giganti del settore agroalimentare e distributivo hanno vasti archivi dati e risorse sufficienti per produrre analisi, l’adozione di questi metodi da parte dei piccoli produttori, distributori e rivenditori è molto irregolare. Una capacità e una conoscenza tali da trarre vantaggio da questi nuovi processi è difficile da recuperare, ma potrebbe conferire grandi vantaggi (come l’indagine di Nesta sui ‘Datavores’ in una serie di settori ha mostrato).

Eppure, sebbene una grande quantità di dati venga generata tra campi e produzioni, solo una piccola parte di essi arriva ai consumatori.

Oggi abbiamo un sistema di ‘semafori’ più coerente per l’etichettatura nutrizionale, ma un sacco di altri dettagli circa gli ingredienti e le origini dei prodotti alimentari, in particolare nel caso di alimenti trasformati, sono nascosti in un labirinto di codici o non sono obbligatoriamente dichiarati. Mentre i consumatori riferiscono che vogliono saperne di più sull’origine del cibo – soprattutto dopo lo scandalo della carne equina – e che le informazioni verranno ignorate se non sono presentate nel modo giusto.

Se non siamo disposti a sovraccaricare l’imballaggio con una tempesta di codici e semafori, come possiamo procurarci dati utili a capire cosa compriamo?

L’anno scorso abbiamo promosso una sfida dal titolo Food Open Data Challenge, con Open Data Institute, per richiedere un uso migliore dei dati open disponibili sul cibo. Dagli allergeni, alle calorie, alle materie prime impiegate, almeno alcuni di questi dati sono là fuori e a disposizione del pubblico, ma siamo effettivamente abituati a utilizzare solo una piccola parte di essi. I vincitori di FoodTrade Menu forniscono un servizio a distributori/ristoratori che li aiuta a gestire il contenuto allergenico e nutrizionale dei menu, e utilizza ciò come punto di partenza per collegarli a importanti produttori alimentari locali. Esso utilizza una combinazione di dati della Food Standards Agency con gli input dell’utente, e si impegna a pubblicare i risultati in modalità open.

Altre organizzazioni stanno già immaginando cosa si potrebbe fare con una maggiore disponibilità di dati nel sistema alimentare. L’Institute for the Future ha prodotto una Field Guide sul futuro del cibo, che include una app immaginaria che vi dirà come è maturato il pomodoro di fronte a voi, in quali ricette è possibile utilizzarlo, con cosa altro abbinarlo. Un video realizzato facendo la spesa con i Google Glass, offre un altro modo di presentare le informazioni supplementari sui prodotti da acquistare.

Un altro approccio per produttori e rivenditori potrebbe essere quello di riassumere le informazioni di cui sono titolari con una scheda di valutazione bilanciata, come quella usata dal Department for Environment, Food & Rural Affairs per valutare i ristoratori. Ciò potrebbe fornire un unico punteggio che riunisce una serie di dimensioni – se ne potrebbe cercare una verde come indicatore di salute, o una per la sostenibilità ambientale, o per la distribuzione locale.

Poiché la quantità di dati che raccogliamo aumenta, avremo bisogno di sistemi più intelligenti per racchiuderli in rappresentazioni gestibili che li rendano utilizzabili.

E con l’avvento di sensori a basso costo, onnipresenti nei nostri smartphones, potremmo presto avere molte più informazioni: quali alimenti aumentano i livelli di zucchero nel nostro sangue, quali aumentano il tasso di colesterolo, come la nostra frequenza cardiaca risponde alla caffeina lungo tutta la giornata. Gli stessi sensori possono anche trasformare la produzione di alimenti – ad esempio, tracciando quanto efficienti siano le tue galline a deporre le uova.

E in un mondo del genere, i dati avrebbero un impatto molto più immediato sui cibi che scegliamo di mangiare e sulla loro provenienza.